Dal diario dell'epoca di Giorgio Garatti, giornalista, scrittore e atleta di Treviso.

LA GUERRA E IL BOMBARDAMENTO DEL 7 APRILE 1944

Negli anni '43-45 della guerra, quando suonava la sirena d'allarme tutta la mia famiglia correva terrorizzata nel rifugio antiaereo. Era vivo in noi il ricordo del primo bombardamento ad opera dei velivoli inglesi ad Asmara: incursione che aveva aperto le ostilità del secondo conflitto mondiale.
Eravamo ritornati a Treviso, la nostra città natale, dall'Eritrea, dopo quasi sei anni trascorsi nel continente nero e due mesi di campo di concentramento a Sembel ed altri 60 giorni di viaggio lungo il periplo africano (il Canale di Suez era minato) con il transatlantico "Giulio Cesare" contrassegnato da grandi croci rosse. Il pericolo di venire affondati era comunque fondato. Sfuggimmo ad una furibonda tempesta nell'Oceano Indiano durante la quale tutti vomitavano; momenti di panico provammo all'avvistamento di alcune mine superato Capo Buona Speranza e nel sorvolo di caccia-bombardieri nemici nell'Oceano Atlantico. A Gibilterra ci sembrava essere prigionieri tra le reti poste sott'acqua come barriere ai sottomarini. Rischiammo di finire a picco nel Mediterraneo allorché il nostro bastimento cozzò, nei pressi di Malta, contro il relitto di una nave. Sbarcammo finalmente a Taranto il 3 settembre 1943 ed impiegammo quattro giornate, sotto continui mitragliamenti e bombardamenti, per arrivare a Treviso accompagnati da un caldo infernale. Le stazioni ferroviarie erano tutte distrutte all'infuori di quelle di Venezia e Treviso. Il treno scorreva, a passo d'uomo, su binari improvvisati. Ad ogni allarme fuggivamo attraverso i campi tra vigneti carichi d'uva.
A Treviso regnava la calma. La sirena non incuteva eccessiva preoccupazione. La maggior parte dei cittadini restava in casa.
Il 7 aprile 1944 mi trovavo nell'abitazione delle zie paterne in Borgo Mazzzini n. 8 quando ululò la sirena. Feci appena in tempo a recarmi da mia madre in via Mercato Buoi n. 18 (attuale via III Armata) nelle casette di Salce. Sotto una pioggia di schegge (siamo salvi per miracolo), attraversammo la strada e raggiungemmo il rifugio eretto a ridosso delle Mura cinquecentesche nell'area occupata, nell'immediato dopoguerra, dalla Fiera Campionaria. Mia madre teneva tra le braccia, avvolta in una coperta, mia sorella Gianna, di 7 anni, malata di broncopolmonite, e mia zia Jolanda (sorella di mia mamma) aveva in braccio mio fratello Luciano di 4 mesi (era nato il 12 dicembre) . Io avevo 11 anni compiuti.
Il rifugio si scuoteva, sobbalzava per i vuoti d'aria. La gente pregava, implorava la Madonna e il Signore. Fuori c'era il finimondo. All'assordante rombo delle bombe rispondeva singhiozzando l'antiaerea.
Cessato l'allarme, uscimmo all'aperto. Il cielo sereno era diventato nero, lingue di fuoco si alzavano dalla città. Persone disperate, ferite vagavano per le strade. Per via Sant'Agostino arrivai in piazza San Leonardo, ma qui le guardie repubblichine mi ordinarono di ritornare indietro. I fili della luce elettrica erano distesi per terra, un cumulo di macerie ostruiva la carreggiata, lasciando intravvedere la Loggia dei Cavalieri semidistrutta. Rinunciai di curiosare e ritornai sui miei passi.
Nei giorni seguenti, con mia zia Jolanda, andai a vedere i siti colpiti della città. Mi apparvero agli occhi scene impressionanti, corpi straziati, resti umani, chiazze di sangue. Visitammo le chiese di San Leonardo e di San Nicolò piene di cadaveri. Nei giardini Onigo i morti estratti dal rifugio dei Bagni erano accatastati. Rientrato in casa scrissi, al lume d'una candela, la poesia "La città distrutta".
All'indomani ci trasferimmo, sfollati, a Lancenigo, in via Scotto, presso la famiglia Amadio. Nuove peripezie ci aspettavano. Frequentai la prima media nella sezione staccata di Villorba, dove c'era l'albero della "pisolera", vicino alla chiesa. L'insegnante di lettere era la prof.ssa Maria Pia Dal Canton (eletta parlamentare alla fine del conflitto) alla quale facevo leggere (e correggere) i miei versi. Per recarmi a scuola dovevo percorrere ben 7 chilometri, dapprima in bici da donna con le gomme sostituite da un tubo di caucciù duro, finché i tedeschi me la requisirono, poi a piedi con le "galosse". Mi ritenevo fortunato se potevo salire su qualche carro trainato da cavallo o da buoi.
Il parroco "don Fulmine" tuonava contro i costumi poco castigati delle sfollate. Il rigido inverno ci portò un'abbondante nevicata, aumentando i disagi. I "filò" nelle stalle erano intrisi di vino e di preghiere all'alitante calore delle bestie.
E venne la primavera. Il "mercato nero" diventava sempre più fiorente. Gli alberi erano ricamati di gemme e di fiori. La vicina linea ferroviaria, lungo il corso del Limbraga, era bersaglio di incursioni aeree con bombardamenti e mitragliamenti. Ci rifuggiavamo dentro i fossati, nascosti tra il fogliame. Nella domenica delle Palme del 1945 decidemmo di trasferirci, attraverso i campi con le poche masserizie caricate su un carro trainato da due buoi, a Pezzan di Carbonera nella casa patronale dei Filippetto. Ma altre disavventure erano dietro l'angolo: vicissitudini che ho raccontato in diari e versi di quegli anni e riportato in libri ed articoli scritti in età matura.
Giorgio Garatti

ALCUNE POESIE DI GIORGIO GARATTI SCRITTE NEGLI ANNI 1944 E 1945 all'età di 11/12 anni

LA CITTA' DISTRUTTA
Ricordo la lugubre sirena,/ il ronzìo delle fortezze volanti,/ la pazza corsa al rifugio/ sotto una pioggia di schegge./ Boati, fischi, scoppi/ di bombe e di antiaeree./ Son passato sopra macerie fumanti,/ fra chiazze vermiglie/ e rottami umani./ Ho visto volti/ incavati dal pianto.../ Venerdì Santo:/ passione di Cristo e di Treviso./ Cadaveri ammucchiati/ in piazze, chiese e giardini/ che imploravano sepoltura/ nel giorno della Risurrezione.

IL RIFUGIO
..../ Nel rifugio volti pieni/ di spavento./ Bimbi che piangono,/ mamme che pregano./ Un brusìo di aerei/ che avanzano nel cielo/ come nugoli di cavallette./ Scoppi e boati assordanti./ Trema la terra/ come un terremoto senza fine./ Fuori il sole è coperto/ da un immenso braciere/ di fumo e di fuoco./ Nella città scolvolta/ regna desolazione e morte.

POVERI SFOLLATI
Su un carro tirato da due buoi lenti/ con poche masserizie sotto una coperta/ lasciammo la città deserta/ per sfuggire all'incubo dei bombardamenti./ A Lancenigo, dov'eravamo sfollati,/ la stazione, i treni, la ferrovia/ divennero bersaglio di mitragliamenti,/ costringendoci di nuovo a scappar via./ Attraverso i campi un altro trasloco/ a Pezzan di Carbonera/ per dormire in un fienile, senza luce alla sera,/ e mangiare, a mercato nero,/ in un puzzolente porcile./ Nella lotta che infuriava in ogni rione/ contro i tedeschi e fra fratelli/ rischiammo la fucilazione./ Siamo salvi per miracolo!/ Sento ancora il freddo sulle spalle/ poggiate al portone delle stalle/ che avevano ospitato/ in piovose giornate d'avvento/ alcuni partigiani armati fino ai denti/ sgusciati ad un rastrellamento.

COME SI VIVEVA DA SFOLLATI a Lancenigo nel comune di Villorba

Dopo tre giorni di peregrinazione, da mane a sera, per la campagna, col cavallo di san Francesco, ossia camminando, il lunedì dell'Angelo (10 aprile 1944) reperimmo, in via Scotto a Lancenigo, nel granaio della casa colonica di Bepi ed Amabile Amadio, uno stanzone dove dormire ed alloggiare, dividendo coi padroni la cucina economica e il lungo tavolo accanto al "fogher". Il podere era situato nei pressi della tenuta dei conti Persico sulle riva sinistra del Limbraga, percorrendo una stradina lungo la quale scorreva, dirimpetto ad un vignetto di uva Bacò, un ruscello d'acqua popolato da "spinariole" e "ranabutoli".
La vita quotidiana filò liscia solo per un mese, fino al secondo bombardamento di Treviso (14 maggio). Poi iniziarono i disagi, i mitragliamenti e i bombardamenti alla linea ferroviaria ed ai treni diretti a Tarvisio e in Germania.
Si "sbarcava el lunario" e si pagava l'affitto con il sussidio di "profughi d'Africa" e con il lavoro di sarte di mia mamma e mia zia. Io avevo 11 anni, mia sorella Gianna 7 e mio fratello Luciano appena 4 mesi.
Col calore del sole i primi frutti vennero a maturazione. Gustai per la prima volta le more bianche e nere dei gelsi somiglianti a quelle dei rovi che si colgono però alla fine dell'estate. Seguivo i lavori nei campi, l'allevamento degli animali da cortile, dei conigli, dei maiali. Mi insegnarono ad adoperare la macchinetta per "incoconar" le oche per farle ingrassare. Le galline ed i tacchini ruspanti si spingevano in piena libertà, lontano dall'aia. Nel granaio erano stati disposti i rami di gelso per i bachi da seta.
Arrivò l'ora della mietitura del frumento. Noi sfollati, assieme agli abitanti della zona, ci aggiravamo tra i covoni alla ricerca di spighe abbandonate sul terreno per portarle a macinare, per avere un po' di farina o qualche pane in più di quello che ci assegnava la tessera annonaria. La bottega dei generi alimentari (il cosiddetto "casolino") era ubicato, con il forno, all'incrocio tra le vie che portavano alla dimora dei conti Persico e la strada che, dopo il passaggio a livello, conduceva alla chiesa, accanto alle sorgenti del fiume Limbraga a quel tempo ricco d'acqua, tant'è vero che a cominciare da maggio si nuotava, sfidando le... sanguisughe. Si andava inoltre a fare il bagno nelle acque dei canali d'irrigazione alzando con sbarramenti di tavole e "sope" (terra con erba) il livello dell'acqua.
Il gabinetto, meglio il cesso", distava una cinquantina di metri dall'abitazione, circondato da canne di "soturco" con un tettuccio di lamiera ed aveva alle spalle un letamaio. Lì vicino c'era anche il porcile ("stagolo").
Intanto la paura aumentava con le reiterate incursioni. "Pippo", l'aereo solitario notturno, incuteva spavento. Si tappavano le fessure dei balconi con le "boasse" (lo sterco dei bovini) affinchè con l'oscurità non filtrasse la luce delle lampadine altrimenti la casa sarebbe stata facile bersaglio.
Quando stazionavano carri merci sulla ferrovia si andava ad ispezionarli e si asportava per di più frutta, specialmente cassette di tenere e dolci pere. La fame era fame. Un brutto giorno, entrati in un vagone, ci trovammo di fronte a cadaveri ammucchiati.
Imparai a conoscere le tradizioni popolari contadine tra cui le "Rogazioni" per implorare dal cielo raccolti abbondanti o la pioggia contro la siccità.
Con la vendemmia venne il momento di ritornare sui banchi di scuola. La scuola media San Liberale di Treviso aveva una delle due sezioni nell'edificio delle elementari di Villorba, dinanzi al secolare albero della "pisolera", nei pressi della chiesa. Insegnante di lettere era la prof.ssa Maria Pia Dal Canton (divenuta parlamentare nelle elezioni politiche del dopoguerra). Da via Scotto a Villorba dovevo percorrere ben 7 chilometri dapprima con una bicicletta da donna -che una mattina mi fu requisita, nonostante il mio pianto, da una pattuglia di tedeschi a Carità, nel piazzale del municipio- poi a piedi.
La campagna intanto si colorava di giallo, rosso e marrone. Ricordo la sera del 31 ottobre, vigilia dei morti, appese alle corde (che servivano per stendere la biancheria) le zucche svuotate, ricavando occhi, naso e bocca, a mo' di teschio, illuminate da candele, per celebrare la festa degli spiriti. Nella stalla, riscaldata dal fiato del bestiame, avvenivano i "filò"; i 'tosatei" andavano in brodo di giuggiole ad ascoltare le storie degli anziani. Gli uomini bevevano la grappa fatta in... casa.
Il mercato nero imperava. Dovetti calzare le "galosse". L'inverno fu lungo e gelido. La neve scese più volte abbondante. L'uccisione del maiale comportò la lavorazione delle carne. Osservai con interesse come si preparavano i salami. Mangiai dei buoni piatti di "sangueto".
Le settimane del 1945 trascorrevano sotto le bombe. La primavera era ritornata. Le rondini puntuali avevano preso possesso dei loro nidi nella stalla. Attraverso i campi e i "cavini" si andava nei giorni di festa in chiesa dal cui pulpito il parroco, soprannominato "don Fulmine", in un paio di occasioni inveì contro le sfollate ree di indossare abiti troppo scollati e sbracciati. Altri tempi...
La guerra infuriava. Tre giovani partigiani avevano scavato un ricovero sulla riva di un profondo fosso. I bambardamenti si intensificavano. Un'elica (spoletta) d'una bomba mi sfiorò e si conficcò interamente nel terreno. Sono vivo per miracolo.
Nel mese di aprile mia madre e sua sorella Jolanda decisero di trasferirsi in un luogo ritenuto più sicuro, lontano dalla ferrovia, a Pezzan di Carbonera nel patriarcale rustico dei Filippetto, dove ci aspettavano nuove drammatiche avventure raccontate nei miei diari e nelle mie poesie scritte in quell'anno.
Giorgio Garatti

DIDASCALIE:

Disegni di Giorgio Garatti tratti dai diari di guerra e dei bombardamenti anni 1943-44-45 scritti dallo stesso.

Copertina di uno dei diaretti di Giorgio Garatti.

Tutti i diritti riservati - Vietata la riproduzione se non autorizzata. ©GARATTI GRUPPO EDITORIALE (ITALY) - Tel. +39 0422.300302

torna alla pagina iniziale